ATTITUDES_spazio alle arti

Strada Maggiore, 90. Int. 16 – 40126 Bologna

Martedì – Venerdì 15.00/19.00

e il sabato su appuntamento

 

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SQUATTING

OCCUPAZIONE IMMAGINARIA DELLO SPAZIO

una bipersonale di Carmelo Baglivo e Roberta Baldaro

a cura di Viviana Gravano

25.10.2019 - 6.12.2019

Baglivo_lunaparck-2016-II

Lo spazio ci circonda e ci plasma. Definisce la nostra identità attraverso la libertà di movimento che ci concede. In un mondo in cui la violenza di molte forme di potere si esprime prima di tutto attraverso il disegno di confini, limiti e frontiere, diventa vitale e essenziale provare a guardare i luoghi come spazi, secondo la visione di Michel De Certeau (M.De Certeau, L’inventione du quotidien, 1980). Occorre non vedere più i contesti che ci circondano, e nei quali siamo tutt* immers* come pesci nella bolla di vetro, solo come disegnati e descritti per noi, ma come territori potenziali nei quali proiettare i nostri immaginari, anche utopici, anche “irreali” e distopici. La mostra di apertura di Attitudes suggerisce due diversi modi di “occupare” abusivamente spazi già edificati, dalla natura o dagli esseri umani, per ribadire la necessità del coraggio necessario oggi per non abitare la propria abitudine, per non accettare un’idea di spazio che costringe e limita. Come scrivevano Attila Kotanyi e Raoul Vaneigem nel Programma elementare dell’ufficio dell’Urbanismo Unitario, nella rivista del movimento Situazionista francese: “Materializzare la libertà, è anzitutto sottrarre ad un pianeta addomesticato alcune particelle della sua superficie”(Internationale Situationiste, n.1, 1958). La mappatura immaginifica dei luoghi ci restituisce la libertà delle emozioni géo-poétique, come la definisce Christine Buci_Glucksman (C.Buci_Glucksman, L’ œil cartographique de l’art, 1996).

SQUATTING è per noi la prima occasione per parlare di temi che ci sono cari, e reputiamo importanti per la nostra contemporaneità. Le forme più sottili del potere si manifestano spesso attraverso il governo dello spazio. Poter ricominciare a pensare che lo spazio in cui viviamo possa non essere solo un luogo da subire, ma possa essere cambiato dalla nostra azione, anche solo immaterialmente nell’immaginarlo in maniera soggettiva e diversa, ci sembra una forma di resistenza essenziale per abbattere molte frontiere e per combattere ogni forma di marginalizzazione. Potremmo scegliere come incipit a questa mostra quello scelto da Benjamin per i suoi Passages, che è una frase di un malato di mente, e recita: “Et je voyage pour connaître ma géographie”(E io viaggio per conoscere la mia geografia).

CARMELO BAGLIVO

 

Si ha una certa complessità che nasce dal prendere una situazione completamente normale, convenzionale, persino anonima, e ridefinirla, tradurla in letture nascoste e multiple di condizioni passate e presenti.

(Gordon Matta Clark, Gordon Matta-Clark, Internationaal Cultureel Centrum, Amberes, 1977)

La cultura occidentale ha fatto del monumento forse il suo simbolo più potente e ingombrante. Le nostre stesse città, non solo quelle storiche ma persino quelle moderne e contemporanee, sono spesso monumenti a se stesse, più visitate dal turismo che vissute dai suoi abitanti. Una ossessiva volontà di conservare, di affidare alla memoria, e quindi a una presunta eternità tutto quello che il “genio” della “civiltà” occidentale ha prodotto, ha trasformato molti luoghi in stampe antiche, inalterabili, da chiudere in un album. Il lavoro di Carmelo Baglivo restituisce all’oggi alcuni luoghi emblematici della nostra cultura architettonica, archeologica e storica. Come lui stesso dice la sua è un’operazione di “sovrascrittura” che innesta, sovrappone, altera con grazia ma radicalità, immagini dello spazio che fanno parte di una sorta di memoria condivisa intoccabile e inalterabile.

I disegni a mano e i collage digitali di Carmelo sono quelli che Foucault definisce come “contro-spazi”, cioè “luoghi che si oppongono a tutti gli altri e sono destinati a cancellarli, a compensarli, a neutralizzarli o a purificarli”.  La necessità che esprimono questi lavori non è né la valorizzazione dei luoghi, né tantomeno una loro interpretazione, ma solo una riappropriazione immaginifica che li possa sottrarre al loro pesante destino di “eterni”.

L’utilizzo della stampa su metallo, che richiama la lastra originale delle stampe antiche, nella serie realizzata sulle incisioni di Giovanni Battista Piranesi, gioca sullo spiazzamento e sembra nostalgicamente riprendere una tecnica antica, ma spiazza lo sguardo sovrascrivendo sulla lastra con una contemporanea tecnica digitale. Questa serie continua la seicentesca idea di “capriccio”: assemblaggi di architettura, archeologia e figure che iniziano già nel XV secolo ma hanno il loro apice nel XVII. Nelle opere di Carmelo alle archeologie di Piranesi si sommano i suoi volumi moderni, e a tratti scene tratte da film, attori e personaggi che in qualche modo fanno parte di uno stesso spettro immaginifico. Così come certe immagini piranesiane sono nella “nostra” memoria mitica, il cinema è un’altra forma di memoria collettiva, spesso legata a precisi luoghi nello spazio urbano romano in cui Carmelo lavora. Ma le opere non citano i luoghi del cinema, ma di nuovo si sovrappongono diversi strati mnestici, creando cortocircuiti visivi che rivelano una visione non pacificata o celebrativa, ma articolata.

La serie dei Lunapark rivela in maniera ironica e ludica, un dato di realtà: la trasformazione dei luoghi storici in parchi divertimento riservati ai turisti, in cui il luogo in sé non si manifesta come spazio vitale attuale, ma solo come nostalgica passeggiata olografica in un passato disegnato ad hoc per l’oggi. Le nuove metropoli comunicazionali, partendo dall’esperienza coloniale e moderna delle Expo Universali, hanno costruito spazi di fruizione della storia che insistono sul concetto di “meraviglia”, per una pretesa popolarizzazione della conoscenza attraverso il turismo di massa. All’inizio del XXI secolo, come all’inizio del XX a Coney Island, grandi “parchi gioco” sovrascrivono spazi urbani nuovi su antiche rovine, in un processo di rimediazione culturale che da un lato crea nuove affascinanti visioni e dall’altro manifesta la faccia imbellettata del capitalismo rampante.

ROBERTA BALDARO

Questionnez vos petites cuillers.

(Georges Perec, L’Infra-ordinaire)

Michel Foucault nel 1973 pubblica un breve saggio dedicato a René Magritte che si intitola ceci n’est pas une pipe (Michel Foucault, Ceci n’est pas une pipe, 1973), in omaggio al celebre quadro del pittore belga. Il testo propone una interessante distinzione tra somiglianza e similitudine: “Mi sembra che Magritte abbia disgiunto la similitudine dalla somiglianza e abbia fatto agire la prima contro la seconda. La somiglianza ha un «padrone»: un elemento originario che ordina e gerarchizza partendo da se stesso tutte le copie sempre più sbiadite che è possibile trarne. Somigliare presuppone un referente primario che prescrive e classifica. Il similare si sviluppa in serie che non hanno inizio né fine, che sono percorribili in un senso o nell’altro, che non obbedisce ad alcuna gerarchia, ma si propagano di piccole differenze in piccole differenze”. Il lavoro di Roberta Baldaro affronta il reale con un simile spirito di similarità. Nelle sue immagini non esiste un “originale padrone” del quale si fa una copia, ma riproduce immaginando, costruisce ambienti visivi nei quali quel che è e quel che potrebbe essere si affiancano, si scambiano di luogo, ammiccano l’un l’altro senza gerarchie, senza prevaricazioni.

L’unione di fotografia e disegno ci interroga potentemente su quello spazio in between che confonde l’esistente con il probabile. L’atto dell’aggiungere “dopo”, riflette su quello che Perec definisce infra-ordinaire, infra-ordinario (Georges Perec, L’infra-ordinaire, 1989). “Quello che accade ogni giorno e che si ripete ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, come darne conto, come interrogarlo, come descriverlo?”. Ogni immagine di Roberta sembra porsi questa domanda. Lei stessa parla di immagini eccedenti, di un “inciampo dello sguardo”, e di “ipotesi” che si compiono solo in multiformi e mutanti possibilità aperte dallo spettatore.

Nella serie Dal fondo, tra i resti di una cena in famiglia affiora il relitto di uno dei tanti barconi affondati in quel mar Mediterraneo, tanto lontano, ma vicino per quella voce alla televisione che ha accompagnato la cena, una cena qualsiasi di una famiglia ordinaria. L’elemento estraneo, l’intruso, serve solo a disturbare per un attimo la quiete del luogo familiare, a insinuare il dubbio che quell’oggetto alieno, perturbante, ci possa trasportare per un attimo in una situazione per noi bianchi, europei, borghesi, in un mondo che sembra non appartenerci ma di cui siamo stati e siamo responsabili. Potremmo ingoiare quelle barchette come fossero piccoli dolci poggiati sulla tovaglia buona, e forse già lo facciamo senza nemmeno pensarci.

Nelle serie dedicate al fiume Savio, luogo molto amato da Roberta che nella sua vita cesenate ha colto molti aspetti di questo strano paesaggio naturale che si insinua in città, diverse piccole cose si ingrandiscono a dismisura, come a materializzare quei close up che l’occhio naturalmente fa camminando lentamente alla deriva. Questi lavori di Roberta fanno tornare alla mente una frase che scriveva Robert Walser ne La passeggiata nel 1916: “Mi riempiva un’attesa gioiosa di tutto ciò che avrebbe potuto venirmi incontro e presentarmisi” (R. Walser La passeggiata, 1916). I tempi lunghi delle passeggiate di Roberta, le foto scattate e messe in un cassetto in attesa di essere usate “dopo”, e poi il disegno lentissimo e meticoloso, segnano un tempo che recupera non tanto una pace, ma piuttosto una estrema attenzione e una concentrazione, che non invita alla contemplazione ma a una azione pensata.