ATTITUDES_spazio alle arti

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Martedì – Venerdì 15.00/19.00

e il sabato su appuntamento

 

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rassegna ``Spazio ai Margini``

NON SIAMO DI QUI

di Profondissima

27.02.2021

Non siamo di qui è il secondo evento di Spazio ai margini, la nuova rassegna ideata dal collettivo Pépinières_coltivare le arti all’interno degli spazi fisici e digitali di Attitudes_spazio alle arti.

L’evento si svolgerà sabato 27 febbraio alle 16 in diretta streaming sulle pagina Facebook di Attitudes e di Profondissima.

Durante il giorno dell’evento, il secondo numero di Profondissima sarà disponibile gratuitamente in formato digitale a questo link.

 

Il manifesto di Profondissima è disponibile sul canale youtube di Attitudes_spazio alle arti e a questo link.

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Cosa vuol dire cercare un posto dove insediarsi?

Quali sono i gesti che un gruppo di persone compie nell’atto di insediarsi?

F. La Cecla[1]

 

Non siamo di qui è il titolo del manifesto scritto dalla redazione della rivista Profondissima, gruppo nato nel 2017 e composto da Faro (Emanuele Cantoro, 1997), Cotta (Edoardo Cottafavi, 1997) e Capitan Zanzibar (Martino Petrella, 1996). Profondissima fin dai suoi esordi fa convergere diverse autorialità, aprendosi a molteplici collaborazioni, mescolando e contaminando le forme artistiche con i media della quotidianità, su una scenografia di ironia e provocazione costante.

Non siamo di qui è una dichiarazione di intenti nata dall’urgenza di raccontarsi, una risposta al concept di Spazio ai margini in cui il collettivo si domanda quali sono le coordinate spaziali che abita, quale posizione occupa rispetto al centro e rispetto ai margini.

La risposta? Nessuna.

I fondatori di Profondissima rifiutano qualunque tipo di collocazione: “Il centro non lo abbiamo abitato, nei margini non abbiamo preso la residenza”[2]; con la volontà dada di sovvertire le regole del gioco e il tono provocatorio e guerrafondaio dei futuristi, il gruppo prende posizione scegliendo di non stare da nessuna parte.

Come “un serpente che traccia da sé il proprio binario”[3], Profondissima attraversa centro e margine per poi optare per la non appartenenza a luoghi conosciuti; è sempre a partire da un qui che disegniamo le geografie del mondo che ci circonda, ma cosa accade quando non siamo di qui e non siamo di un altrove? Lo spazio attorno a noi assume configurazioni nuove che non possiamo nominare e nella perdita dei riferimenti anche i luoghi familiari diventano alieni ed estranei. Profondissima sceglie di perdersi, di abitare l’intercapedine che si apre tra centro e margine, di mantenerla aperta e di tuffarcisi dentro per scoprire che aspetto hanno i luoghi quando si rovesciano.

Questa abitazione del limbo ha ben poco a che vedere con la colonizzazione di un territorio e appare piuttosto come un’occupazione momentanea votata all’ibridazione: così come le utopie pirata raccontate da Hakim Bey[4], Profondissima vive temporaneamente una terra da cui di volta in volta ruba dei frutti. L’unica legge possibile è il mescolamento dei termini del mondo, e delle arti in particolare: così si parte dal fumetto per approdare alla letteratura, alla musica, al cinema. I confini della pagina diventano ben presto troppo stretti e Profondissima “foglio dopo foglio […]  esce dalla rilegatura per arrivare sui palchi, dove si esibiscono musicisti, dove vanno in scena delle performance”[5].

La stessa lettura del manifesto, non a caso, intendeva in origine essere un evento di piazza che, bloccato dalla pandemia, è approdato immediatamente agli spazi digitali: condividendo con il futurismo l’amore per la velocità, il manifesto viaggia quanto più lontano possibile attraverso il web e diventa tentativo di farsi udire, rivendicazione di esistenza.

Nel video realizzato per Spazio ai margini, il manifesto viene idealmente annunciato in diverse piazze del mondo, espandendosi a macchia d’olio e approdando sui tetti di Roma dopo essere stato fatto proprio da Capitan Zanzibar nelle vesti di ascoltatore.

L’esperienza, ormai non più solo rivista, è un inno alla convivenza, alla partecipazione attiva, un invito al mescolamento come unico rimedio alla ghettizzazione – delle arti, ma non solo.

Nella sua posizione fluida Profondissima ci racconta che non è importante appartenere ad un qui o ad un altrove, che nel limbo siamo tutt* apolidi.

“Siate morte e vita. Siate più cose possibili”, si leggeva in un editoriale del primo numero della rivista.

Siate anche quegli artisti che ci fanno tanto divertire.

 

[1] Franco La Cecla, Perdersi, l’uomo senza ambiente, Meltemi Editore, Milano, 2020, p.43

[2] Profondissima, Non siamo di qui, 2021

[3] ibidem

[4] Hakim Bey, TAZ, Zone temporaneamente autonome, Shake Edizioni, Milano, 2007

[5] Profondissima, Non siamo di qui, 2021