ATTITUDES_spazio alle arti

Strada Maggiore, 90. Int. 16 – 40126 Bologna

Martedì – Venerdì 15.00/19.00

e il sabato su appuntamento

 

back to top

BASS DIASPORA. TRAIETTORIE MUSICALI DALLA GIAMAICA ALLA CLUB CULTURE

Questo articolo è stato scritto in occasione dell’evento “Post-colonial Musics & Cultures”, curato da No Joke Radio per la rassegna Spazio ai Margini

Secondo un antico adagio, il bisogno aguzza l’ingegno. Basterebbe questa frase per riassumere una storia – a sua volta ricca di storie – affascinante e di cui, spesso senza troppa cognizione di causa, abbiamo ascoltato tutti qualche pezzo: è la storia della musica giamaicana, della sua evoluzione e diffusione al di fuori dei confini nazionali nel corso degli ultimi 70 anni.

Quest’isola caraibica di appena 240 km di lunghezza per 80 km di larghezza, e con circa la stessa popolazione di Roma, ha avuto un’influenza inestimabile sulla musica del secondo Novecento. E i suoi frutti continuano a maturare anche oggi. Basti pensare al successo in anni recenti di reggaeton e dancehall, generi derivanti dal dembow, ritmo originario proprio della Giamaica.

Cercherò di ricostruire, cogliendone gli aspetti più significativi, la storia recente della musica giamaicana e le forme in cui si è riverberata dall’altro lato dell’Atlantico. Ricostruire queste traiettorie vuol dire sì parlare di musica, ma implica necessariamente più ampi discorsi storici, sociali, politici, economici e culturali intersecati fra loro in un intreccio a maglie strette.

Il bisogno aguzza l’ingegno, dicevo. In questa storia il bisogno primario è quello di una musica popolare da ascoltare, ballare, e intorno cui poi costruire l’identità culturale di un popolo.

Fino agli anni ’50, la principale musica giamaicana era il mento, genere passato in radio insieme a jazz, swing e r&b americani, che si diffondono e guadagnano successo. Tuttavia, il costo delle radio era proibitivo per ampie fette della popolazione. Prende piede, quindi, la pratica dell’ascolto condiviso: più persone che si radunano per ascoltare e ballare la musica passata in radio. Negli anni ’50 non esisteva una vera e propria industria discografica giamaicana; i dischi jazz, soul e r&b venivano importati dagli Stati Uniti. Per abbattere i costi delle importazioni, si iniziano a registrare versioni locali di soul e r&b. È qui che entrano in gioco due figure chiave di questa storia: Clement ‘Coxsone’ Dodd e Arthur ‘Duke’ Reid. Acerrimi rivali, i due non solo iniziarono a incidere dischi di artisti giamaicani sul finire degli anni ‘50, ma diedero l’impulso decisivo ad una fondamentale pratica sociale prima ancora che culturale. Si tratta della cultura dei sound system, o sound.

 

Clement ‘Coxsone’ Dodd

L’idea alla base dei sound system è apparentemente semplice. Organizzare eventi all’aperto, nelle cosiddette ‘lawns’ e soprattutto nelle ‘dance halls’ (che, a dispetto del nome, sono spazi all’aperto), in cui far ballare la gente sfoggiando la miglior selezione di dischi possibile. Eppure, intorno all’operato dei sound ruota un complesso ecosistema artistico e tecnologico. La figura incaricata di passare i dischi – uno alla volta – è il ‘selector’, mentre il ‘deejay’ o ‘toaster’ è colui che imbraccia il microfono per coinvolgere la folla o per improvvisare rime e frasi cantate. Ma non basta avere ottima musica da suonare. Bisogna farla suonare bene, e forte. E allora, tra gli operatori dei sound principali è caccia ai tecnici in grado di fornir loro le casse e gli amplificatori migliori in circolazione, per far sì che la musica suonata dal selector risuoni per chilometri. A volte sono gli stessi selector a curare anche l’aspetto tecnico di amplificatori e pre amp, in grado di manipolare le frequenze del suono. I sound attirano folle di persone entusiaste che ballano e consumano alcolici, ma dall’altro lato della console l’atmosfera non è così spensierata. I vari sound, infatti, sono in rivalità fra loro. Tutti vogliono aggiudicarsi il titolo di “Champion Sound”. I sound si sfidano (‘clash’) e, dato il contesto sociale segnato da povertà e criminalità, non è raro che le sfide sfocino in violenza o sabotaggi ai danni dei sound rivali.

La rivalità più accanita dell’epoca era quella tra Coxone e Duke Reid. I due si impongono come gli operatori di sound system principali dai primi anni ’60, e sono anche i fondatori dei due studi discografici – con relative etichette – che daranno forma alla nascente musica giamaicana. Coxsone fonda lo Studio One nel 1963, mentre nel 1965 tocca a Duke Reid con Treasure Isle.

Musicalmente, gli anni ’60 sono gli anni dello ska (conosciuto anche come blue beat) e successivamente del rocksteady. Il primo è una sorta di versione giamaicana dell’r&b, reso più dinamico da un incalzante ritmo in levare e da fiati travolgenti, con brani spesso strumentali. Prince Buster, Don Drummond e The Skatalities sono fra gli artisti ska più rappresentativi. Il rocksteady, invece, è più lento e prevalentemente cantato, con temi amorosi al centro. L’artista più rappresentativo è senza dubbio Alton Ellis, autore della canzone che ha dato il nome al genere.

La fine degli anni ’60 si rivela fondamentale per gli sviluppi futuri. Nel 1966 Hailie Selassie I, imperatore di Etiopia, visita la Giamaica. Questo evento avrà un valore simbolico importantissimo per la crescente comunità rastafariana, che venera Selassie e auspica l’emancipazione del popolo giamaicano dal dominio imperialista britannico, sull’onda della riscoperta delle (e della volontà di ricongiungimento con le) proprie origini africane. Questa coscienza più militante e spirituale, in cui le origini e i valori lontani nel tempo e nello spazio (le ‘roots’) sono contrapposte alla degenerazione presente (il corrotto sistema di ‘Babylon’), darà il la alla nascita del roots reggae, che nei ’70 prenderà il posto di ska e rocksteady e avrà successo commerciale anche oltreoceano grazie soprattutto alla carismatica figura di Bob Marley.

Ma il lascito più grosso degli anni ’70, per quel che ci interessa, è un ‘effetto collaterale’ del reggae: il dub. Come molte grandi scoperte nella storia, il dub nasce per caso. È il 1967 quando Rudolph ‘Ruddy’ Redwood e il suo ingegnere Byron Smith registrano inavvertitamente un brano senza includere la traccia vocale (con i registratori multitraccia, la traccia vocale ha un suo canale separato dai canali dedicati agli strumenti). Il risultato fu la versione strumentale del brano. Erano nate così le ‘versions’. Il responso del pubblico a questa version fu entusiasta, perché in assenza di parti cantate poteva essere la folla delle dance hall a cantare sul brano e il deejay poteva dar sfoggio della propria abilità lirica. Il dub fu il passaggio successivo. Se le versions erano grossomodo strumentali fedeli all’originale, i ‘dub mixes’ non si limitavano a rimuovere la voce, ma sovvertivano l’intera struttura del brano. Antesignani dei remix, giocavano di sottrazione riducendo i brani strumentali all’osso, cioè all’impalcatura ritmica composta da basso e percussioni (erano conosciuti anche come ‘drum’n’bass versions’). La musica era scarnificata, e lo scettro creativo passava dai musicisti ai produttori e agli ingegneri del suono che aggiungevano effetti come riverberi ed echi, facevano comparire come per magia frammenti vocali o melodici per poi inabissarli di nuovo sotto il peso delle ‘bassline’ poderose, e guarnivano i loro mix con i suoni più improbabili, da bicchieri rotti a sirene a colpi di pistola (questi ultimi tutt’altro che rari nelle dance hall).

La nascita del dub è stata una vera e propria rivoluzione, sia dal punto di vista strettamente musicale – disossare i brani per renderli più ‘profondi’, fisici e spirituali allo stesso tempo – che concettuale – il produttore/ingegnere come artista, lo studio di registrazione come strumento creativo. Anche qui necessità e ingegno vanno a braccetto, in quanto i dub mix che finivano sul lato B dei 45 giri erano ricavati dall’incisione del lato A, senza costi aggiuntivi per registrare una seconda canzone ex-novo. Era addirittura possibile ricavare più versioni dub da un unico brano di partenza. Le due dub superstar indiscusse di questa età dell’oro sono King Tubby e Lee ‘Scratch’ Perry (quest’ultimo, ultraottantenne, ancora in attività), mentre gli anni ’80 hanno visto l’affermarsi di Scientist. Le loro produzioni continuano ad affascinare e suonare avveniristiche a distanza di 50 anni.

 

La diffusione del dub contribuì a consolidare un’altra pratica cruciale della sound system culture, quella dei ‘dubplate’. Questi sono dischi di acetato stampati in tiratura limitatissima e che si deterioravano irreversibilmente dopo circa quindici ascolti. Non erano stampati per la vendita al pubblico, ma venivano dati dai produttori ai selectors più meritevoli, che li suonavano nei loro suond mandando il pubblico in visibilio, alimentando così il loro culto.

La prassi di stampare dubplate è viva e vegeta ai giorni nostri, specialmente nel Regno Unito. È qui, infatti, che la musica giamaicana ha trovato una seconda casa sin dagli anni 60 grazie alla massiccia immigrazione dalle colonie caraibiche favorita dal Regno Unito nel secondo dopoguerra, con l’intenzione di attrarre forza-lavoro per far rifiorire l’economia provata dal conflitto. Si stima che fra il 1955 e il 1962 siano sbarcati 178.000 giamaicani. Fu così che comunità e cultura caraibica presero piede (non senza tensioni razziali e sociali) anche a est dell’Atlantico, con Londra e Bristol avamposti principali.

Gli anni ’70 e ’80 inglesi vedono reggae, dub e ska non solo fiorire, ma anche contaminarsi. Gli scambi tra la scena punk/rock e quella reggae/dub sono frequenti, ed è testimoniata dall’influenza giamaicana in un album iconico come London Calling dei Clash; dalle commistioni col dub di gruppi e artisti post-punk come i PIL, The Slits, Mark Stewart; e dal revival ska capeggiato da The Specials e Madness. Naturalmente, anche il dub ‘puro’ prolifera, coadiuvato dall’avvento delle drum machines che sostituiscono i musicisti dando il la al cosiddetto digidub. Nomi tutelari della Londra anni ’80 e ’90 sono Jah Shaka, Dennis Bovell, Aba-Shanti I, Mad Professor, mentre da Bristol viene una figura trasversale come Adrian Sherwood.

 

Jah Shaka

Se le prime contaminazioni britanniche del dub sono state con punk e post-punk, dalla fine degli anni ’80 il terreno di gioco diventa quello della musica dance elettronica. La presenza di bassline prominenti, la riduzione della musica a ‘drum’n’bass’ (non a caso nome di un genere dance nato a metà ‘90), la cultura dei dubplates e dei sound system, gli MC che accompagnano verbalmente i dj, lo stretto rapporto con la tecnologia e l’arte del trarre il massimo da mezzi limitati; tutti questi elementi che caratterizzano la dance britannica degli ultimi 30 anni derivano dalla Giamaica e specialmente dal dub. Dall’hardcore breakbeat alla jungle, dallo UK garage al dubstep, dal bassline al grime, l’ethos del dub si è manifestato in modo multiforme lungo l’arco di quello che Simon Reynolds chiama hardcore continuum, ossia questo effervescente panorama musicale elettronico in costante metamorfosi.

Non va dimenticato, d’altro canto, che c’è uno zampino di Giamaica anche alle basi dell’hip hop. Kool Herc, personaggio chiave per la nascita dell’hip hop nella New York dei ’70, era infatti giunto nella Grande Mela proprio dall’isola caraibica. E se i grandi remixer disco – Tom Moulton, Walter Gibbons, Larry Levan – hanno sviluppato autonomamente le loro tecniche di montaggio e manipolazione musicale, i legami tra Giamaica e techno sono invece concreti grazie all’asse Kingston-Berlino formatosi negli anni ’90. Gli artefici di questo fruttuoso incontro sono Moritz Von Oswald e Mark Ernestus. Oltre a incorporare elementi dub nelle loro produzioni techno a nome Basic Channel e Maurizio, i due hanno dato vita al progetto Rhythm & Sound, basato su collaborazioni con numerosi artisti roots reggae giamaicani e creando così un inedito ponte tra musiche e culture apparentemente lontane.

E in Giamaica? Le cose non sono certo rimaste immobili. Al reggae e al dub sono succeduti la dancehall (tornata in voga di recente) negli anni ‘80 e il ragga nel decennio successivo. Come dicevo in apertura, lo stesso reggaeton, che oggi ha permeato perfino il pop mainstream, affonda le sue radici nel dembow nato in Giamaica.

La diaspora Afro-Caraibica, e la conseguente ‘bass’ diaspora che ha generato nuovi generi influenzati dalle sonorità e dalle pratiche giamaicane, continua quindi a risuonare nel vecchio continente e in altre parti del globo. Le notti di Kingston animate dai primi sound system più di mezzo secolo fa continuano a riverberarsi nella musica che ascoltiamo quotidianamente. Non ci resta che aspettare e assistere alle prossime traiettorie di questo viaggio in cui cultura, Storia, tecnologia e musica sono legate inestricabilmente.

 

Autore: Lowmo aka Lorenzo Montefinese.

 

Questo articolo è stato scritto in occasione dell’evento “Post-colonial Musics & Cultures”, curato da No Joke Radio per la rassegna Spazio ai Margini.

 

Notting Hill sound system